Ormai lo sappiamo: l’acqua del rubinetto e quella di fiumi, mari e laghi, ma anche le cime delle montagne, sono sempre più inquinate dalle microplastiche, particelle di plastica inferiori ai 5 millimetri che vengono rilasciate dal lavaggio di capi sintetici, dall’usura degli pneumatici e dalla degradazione di oggetti più grandi, come buste o bottiglie. Come molti studi hanno dimostrato, le microplastiche si depositano (anche) nel nostro organismo. E non ci fanno bene, anzi. Inoltre, alcune ricerche condotte negli ultimi anni hanno suggerito che le microplastiche contribuiscono alla longevità di alcuni batteri negli ambienti acquatici e al loro trasporto in regioni anche geograficamente molto lontane. Insomma, non solo fanno male in sé e per sé, ma potenziano pure alcuni agenti patogeni, contribuendo alla loro antibiotico-resistenza. 

Uno studio italiano
Ecco perché, sempre di più, è importante conoscere la quantità di particelle presenti nelle acque dopo che queste sono state trattate dal depuratore. Gli studi in merito, anche in ambito internazionale, sono pochissimi, ma per fortuna uno è in corso in Italia, grazie alla collaborazione tra Uniacque Spa, azienda pubblica che gestisce il servizio idrico della città di Bergamo, e IRSA, l’Istituto di Ricerca sulle Acque del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Sapere quante e quali particelle resistono al passaggio nel depuratore sarà fondamentale per programmare azioni future. Perché, e gli ultimi anni lo hanno dimostrato più che mai, con virus e batteri non si scherza.

Purificare l’acqua
Sono sempre di più, comunque, gli italiani che scelgono di installare a casa propria un depuratore d’acqua: i purificatori, in particolare a osmosi inversa come quelli di IWM, non solo rendono l’acqua per il consumo quotidiano pura le genera, ma evitano di acquistare bottiglie d’acqua in plastica tanto dannose per l’ambiente. Oltre che a una scelta pro salute, quella di preferire l’acqua purificata è anche una scelta ecosostenibile.