Da anni si dibatte su quale acqua sia migliore da bere, quella del rubinetto o quella in bottiglia? A questa questione sempre aperta ha cercato di rispondere il quotidiano The Guardian con una lunga inchiesta curata dalla giornalista Adrienne Matei. E’ vero che l’Italia non è la Gran Bretagna o gli Stati Uniti (anche perché dalle nostre parti, dicono le statistiche, consumiamo molta, moltissima acqua in bottiglia in più), però l’articolo è davvero utile per fare chiarezza. Innanzitutto, e non può essere una sorpresa per nessuno, il principale problema dell’acqua imbottigliata è legato alle bottiglie in plastica. “Anche se le bottiglie sono riciclabili, gli americani ne buttano via circa l’80% e, secondo alcune stime, ne utilizzano circa 1.500 unità al secondo. I contenitori in plastica contribuiscono in maniera significativa alle crisi ambientali globali, anche perché smaltendosi producono microplastiche, la cui presenza è ormai onnipresente. Ancora, per imbottigliare l’acqua occorre 2.000 volte l’energia necessaria a farla sgorgare dal rubinetto, uno dei processi che contribuisce a renderla anche infinitamente più costosa”. Insomma, quelli della sostenibilità e dell’ecologia sono temi che non possono essere né taciuti né tantomeno trascurati. Ovviamente, ricorda ancora il reportage, l’acqua in bottiglia è fondamentale in aree del mondo dove quella potabile non è disponibile, e meno male che in queste condizioni c’è. Però, quando siamo al sicuro nelle nostre case, con acquedotti ben controllati (come lo sono quelli italiani e in generale del mondo occidentale), perché non consumare l’acqua pubblica?

Il problema dei Pfas e come evitarli
Come dicevamo, l’acqua del sindaco in Italia è in linea di massima di buona qualità e controllata esattamente come quella in bottiglia. Il problema oggi, per entrambe le tipologie di acqua, è la possibile presenza di Pfas, residui di prodotti chimici che vengono utilizzati in un’infinità di prodotti di consumo. “I Pfas sono stati rinvenuti nel sangue di oltre il 98% degli americani”, ha dichiarato a The Guardian la dottoressa Rebecca Aicher, direttore presso il Center for Scientific Evidence in Public Issues. Per far fronte al problema, esistono degli adeguati sistemi di filtraggio che “ripuliscono” l’acqua domestica dagli inquinanti. In particolare, ricorda ancora l’inchiesta, uno studio del 2020 condotto da ricercatori della Duke University e della North Carolina State University ha rivelato che i purificatori a osmosi inversa, quelli che produce IWM e che si installano facilmente sotto il lavello della cucina, sono in grado di rimuovere la quasi totalità delle sostanze chimiche Pfas. Insomma, con un solo dispositivo si fa bene alla propria salute, al portafoglio e all’ambiente.