Avere sete, ovvero avvertire la necessità di bere per reintegrare i liquidi. Una definizione di questo tipo, sintetica ma corretta, deporrebbe a favore di un’unica e sola versione di sete. Eppure non è così, come illustrato nel libro The Phisiology of Thirst and Sodium Appetite. In quest’opera, J.T Fitzsimons ha definito infatti due tipi di sete. Quella primaria è dovuta a carenza di acqua e si manifesta quando l’organismo ha perso più del 2% del peso corporeo di liquidi e lancia quindi il segnale utile per reintegrarne il livello. Oltre alla sensazione di sete, i segnali rivelatori sono in questo caso stanchezza, irritabilità e perdita di concentrazione. La sete secondaria, spiega sempre Fitzsimons, è invece legata all’alimentazione e in particolare è causata da un eccesso di sale o di zuccheri, che attivano fenomeni quali l’ “acquolina in bocca”. In questo caso, il problema non è dato dai liquidi insufficienti presenti nel corpo, ma da un’aumentata necessità degli stessi per far fronte ai processi metabolici.

Il corpo sa anche adattarsi
Nelle persone in buona salute, la percezione della sete porta alla ricerca di acqua e liquidi: in generale e in situazioni di temperatura stabile, la quantità di liquidi introdotta con acqua e cibo è compresa tra i 2 e i 3 litri al giorno. Tuttavia, in situazioni particolari e per un tempo limitato, il corpo può sopravvivere con una quantità un po’ inferiore di acqua, grazie ai “sistemi d’adattamento” che consentono un risparmio delle perdite idriche dal corpo umano.