Anche nella preistoria i cuccioli dei nostri avi giocavano con l’acqua. È la convinzione espressa dagli archeologi al lavoro sui ritrovamenti di Melka Kunture, in Etiopia, 50 km a sud di Addis Abeba. In quest’area, sulla quale dal 2011 è impegnato un team dell’Università La Sapienza di Roma, negli anni sono state individuate decine di affioramenti archeologici, rinvenuti soprattutto lungo le gole scavate dai torrenti della zona. Impronte di adulti e bambini e reperti suggeriscono che grandi e piccini lavorassero insieme alla macellazione degli ippopotami, e soprattutto che i più piccoli giocassero con l’acqua. “Probabilmente, anche un milione di anni fa – ha spiegato a Repubblica Fabio Altamura, che ha condotto gli scavi – i bambini entravano in acqua per ragioni molto simili a quelle che potremmo aspettarci oggi: per bere, per lavarsi o per cercare di catturare a mani nude pesci e molluschi da mangiare. Oppure più semplicemente per giocare”.

Un’attrazione antichissima
Come ha sottolineato Margherita Mussi, direttore della Missione archeologica a Melka Kunture – queste impronte sono tra le più antiche al mondo e le prime in assoluto riferibili a bambini, bambini di Homo erectus/ergaster. “I risultati di questo studio – conclude Mussi – restituiscono un’istantanea dell’infanzia nella preistoria e confermano che l’attrazione dei bambini per gli ambienti umidi e gli specchi d’acqua, pozzanghere incluse, ha radici antichissime nel comportamento umano. Si tratta, in un certo senso, dei primi “bagni” fatti da bambini di cui si abbia una prova scientifica diretta”.